giovedì 8 gennaio 2009




Post di Truman Burbank e Marco Cedolin

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Kidnapped!
Israele e la sindrome del bambino viziato

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di Truman Burbank


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Conviene ricercare archetipi nel comportamento dei media, perchè la propaganda è basata su semplici stilemi.
Nella merda mediatica che i cosiddetti organi di informazione ci vomitano addosso in continuazione c'è uno stereotipo ricorrente: il soldato israeliano rapito ("kidnapped" in inglese). Il termine inglese rende meglio di quello italiano ciò che i media vorrebbero suggerirci, cioè che i soldati in assetto da guerra che invadono terre di altri per uccidere e rubare, attrezzati con la migliore tecnologia bellica che si possa acquistare, siano in realtà dei bambini ("kids" in inglese).
In pratica a chi combatte contro Israele non viene riconosciuto lo status di combattente, capace di catturare un nemico. Se Hamas o Hizbollah riescono a prendere un prigioniero, nei media di regime il prigioniero è stato "rapito".
Il profitto ideologico dell'operazione è almeno doppio:
1) il militare israeliano viene fatto apparire come un povero essere indifeso;
2) si nega ai nemici la dignità di organizzazione militare, di combattenti organizzati.
Però, in un ardito capovolgimento semantico, tutti i civili assassinati dalle forze armate israeliane diventano invece "miliziani" o "combattenti".
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La sindrome del bambino viziato
L'immagine precedente viene confermata da un altro punto di vista. Quando Israele attacca gli altri, compare sempre la scusa che è stato l'altro a cominciare. Come i bambini prepotenti che litigano, gli israeliani danno sempre la colpa all'altro. Essi si comportano come i bambini viziati: frignano, strillano, si agitano ed il papà (gli USA) dà sempre ragione a loro. Riprendendo Piaget, il bambino viziato, sotto molti aspetti, è "impermeabile all'esperienza". Ma chi fa pagare agli altri i suoi errori non è poi tanto scemo. L'ossessione degli israeliani per la sicurezza potrebbe apparire patologica, se non fossero i palestinesi a pagare (o i libanesi, o i siriani, ...).
Ma raramente i bambini viziati crescono bene, e la storia di Israele lo dimostra.
Quando in un conflitto si tende a guardare chi ha cominciato (invece che "chi ha fatto cosa" e per quali motivi) si dà priorità alle logiche del potere rispetto a quelle del diritto.
Il bambino viziato lo sa bene e dice sempre "Ha cominciato lui". Gli stati e gli imperi sono allo stesso modo bravi a trovare un casus belli che dia una giustificazione alla loro aggressione del più debole.
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Immagine pubblica e privata
Il comportamento di Israele analogo ad un bambino viziato non è casuale: le spiegazioni sono estremamente semplici perchè sono rivolte ad un'opinione pubblica lobotomizzata, trattata anch'essa come una massa di bambini (o deficienti, o ritardati, o minorati mentali; il termine "lobotomizzato" rende però bene l'idea di come le masse dei teledipendenti siano diventate incapaci di connettere le informazioni per trarne significati).
A questa immagine pubblica di Israele si affianca un reale comportamento adulto basato su logiche di sterminio dell'avversario. Chi prova poi a criticare l'immagine pubblica bambinesca viene estromesso da tutti i posti di rilevanza mediatica. E il gioco è fatto.


Nubi brune e mutamenti climatici
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di Marco Cedolin
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Troppo spesso quando viene affrontato l’argomento dei mutamenti climatici si percepisce l’impressione che tutta l’attenzione venga erroneamente focalizzata esclusivamente sulle emissioni di anidride carbonica, quasi l’inquinamento da CO2 fosse l’unico responsabile degli stravolgimenti climatici con i quali siamo e saremo sempre più costretti a confrontarci.Oltre a quantitativi abnormi di anidride carbonica, la “megamacchina” che chiamiamo progresso produce invece un’enorme sequela di veleni che in varia misura contribuiscono, sia direttamente sia indirettamente, ad aggravare i mutamenti climatici attualmente in atto.
Molto interessanti a questo riguardo sono i risultati di uno studio condotto nell’ambito del programma per l’ambiente dell’ONU, concernenti gli effetti delle nubi brune atmosferiche.Le nubi brune, presenti secondo lo studio soprattutto in Asia, ma anche in Nord America ed in Europa, Pianura Padana compresa, sono sostanzialmente enormi nuvole costituite dalla combustione delle energie fossili, che oscurano il cielo delle grandi metropoli per lunghi periodi dell’anno. Queste nubi, generate dall’attività umana, sono cariche di particolato e particelle inquinanti di ogni tipo e arrivano in alcuni casi a raggiungere i 3 km di spessore, determinando una serie di conseguenze estremamente rilevanti a livello climatico.
Secondo i risultati dello studio, tali nubi oltre ad avere un impatto pesante sulla qualità dell’aria e sull’agricoltura, aumentando i rischi sanitari ed alimentari per 3 miliardi di persone nel mondo, costituiscono una sorta di scudo che riflette la luce solare, diminuendo la quantità delle piogge e contribuendo al riscaldamento dell’atmosfera, mentre al contrario il suolo tende a raffreddarsi in virtù del diminuito irraggiamento solare.
In alcune grandi metropoli come Pechino, Shanghai e New Delhi dal 1970 ad oggi si è riscontrato un calo della luminosità superiore al 20%. Nel sud est asiatico dal 1950 ad oggi le precipitazioni monsoniche sono diminuite del 7%, mentre risultano raddoppiati i fenomeni meteorologici estremi. Più in generale la presenza delle nubi brune sembra incidere pesantemente determinando anomali mutamenti delle temperature e del regime delle precipitazioni che sommati alle conseguenze dell’accumulo di CO2 in atmosfera saranno in grado di produrre effetti potenzialmente catastrofici, la cui portata allo stato attuale delle ricerche non risulta ancora definita.
Se le dinamiche d’interazione fra i vari elementi che ingenerano i mutamenti climatici non sono ancora state sviscerate nella loro interezza (ammesso che possano esserlo in futuro) appare invece di una chiarezza adamantina l’individuazione dell’unica strada che può consentirci di rimediare (nel caso ci sia ancora il tempo per farlo) alla catastrofe imminente. Diminuire in maniera corposa l’incidenza della tecnosfera sulla biosfera (anziché incrementarla come stiamo continuando a fare), tentando di recuperare, almeno in parte, gli equilibri che abbiamo perduto e stiamo perdendo e imponendoci di preservare almeno quella parte di ambiente che non è ancora stato devastato in maniera irreversibile.
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mercoledì 7 gennaio 2009

POST DI VACCA, BERTANI, BINAGHI
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Barbarie israeliana
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di Nicola Vacca
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Israele ha iniziato una guerra sulla Striscia di Gaza per colpire le basi di Hamas. Il bombardamento della scuola dell’Onu, nel quale hanno perso la vita bambini innocenti, evidentemente smentisce le intenzioni del governo Olmert. L’operazione Piombo Fuso sta assumendo le caratteristiche di un vero e proprio sterminio di massa.
La carneficina nella scuola dei profughi è soltanto l’inizio di una guerra tragica che gli israeliani sono fermamente convinti di portare a termine. Le operazioni militari dell’esercito di Gerusalemme hanno danneggiato solo in parte Hamas.Continua a morire gente innocente. La cruenta offensiva israeliana non ha alcun rispetto per la vita di intere famiglie che sono intrappolate nella Striscia di Gaza.
Le cannonate israeliane continueranno a sterminare la popolazione inerme. Saranno bombardate altre scuole, moriranno altri bambini innocenti. La vendetta israeliana si placherà non quando Hamas sarà neutralizzata, ma soltanto quando l’ultimo innocente avrà pagato con la vita.
Nicola Vacca (tratto da http://nicolavacca.splinder.com/ )

L’incapacità di vivere dimenticando i fili spinati
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di Carlo Bertani
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“E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d'improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un'inclinazione al dispotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose.”
(Ahad Ha'am, Zionism: the Dream and the Reality, Harper and Row, New York 1974).
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In questi giorni di sgomento e rabbia, incredulità ed angoscia, stiamo osservando l’ennesimo capitolo dell’infinito tormento palestinese, che già sappiamo non sortirà effetto alcuno, né fra i palestinesi – che si ritroveranno uniti per qualche tempo, per poi ricominciare l’eterno dissidio interno – né per gli israeliani, i quali non potranno rimanere a Gaza – sarebbe come riportare il morto in casa – e s’accontenteranno di qualche anelito di vittoria: vera, presunta, addomesticata dai media, velleitaria e che provocherà altri dissidi interni.
La partita, più che sul campo di battaglia, si gioca sulla capacità di resistenza politica nel tempo il quale – già sanno entrambi i contendenti – non potrà superare le poche settimane, come tutte le guerre degli ultimi anni. Oramai, si fanno le guerre nei periodi di vacanza – il Libano durante le vacanze estive, nel 2006, idem la Georgia nel 2008 – ed oggi sotto Natale: come le “importanti” riforme della politica italiana, che arrivano sempre a Luglio.
Oramai, per bastonare le popolazioni sempre più disilluse, bisogna contare – in qualsiasi modo – sulla massima “distrazione” degli altri. Perché, nel caso della Palestina, si tratta di un vero e proprio vulnus al diritto internazionale.
La pantomima internazionale prevedeva da tempo questo attacco – perché la diplomazia israeliana non si fida della nuova amministrazione americana (staremo poi a vedere…) – ed aveva bisogno del “classico” veto all’ONU. Che, il “glorioso” Bush, non ha fatto certo mancare.
Che si tratti di una colossale presa in giro del diritto internazionale, ci vuole poco a capirlo, anche per chi non ricorda le risoluzioni dell’ONU in materia.
Gran parte della responsabilità ricade sulla dirigenza israeliana, inutile negarlo, perché non ha rispettato le risoluzioni
[1] n. 242 del 1967:
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Ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto.
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e n. 338 del 1973:
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2 - Richiama le parti in causa affinché immediatamente dopo il cessate il fuoco inizino l’applicazione della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, in tutti i suoi punti.
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Lo status di “territori occupati” quasi non esiste nel diritto internazionale, giacché può riferirsi soltanto alle zone occupate dopo la fine delle ostilità, ossia nel lasso di tempo che intercorre fra un armistizio ed un trattato di pace. Che non può, ovviamente, durare decenni: in epoca contemporanea, le più lunghe occupazioni “temporanee” furono quelle della Saar, dal 1918 al 1935 e dal 1945 al 1957, entrambe però codificate nei trattati di pace e risolte con accordi franco-tedeschi.
Lo status giuridico dei territori palestinesi è un vero e proprio vulnus del diritto internazionale, e questo dovrebbero saperlo anche i politici italiani che blaterano sempre le stesse facezie in TV, ad ogni massacro. Sotto, c’è ben altro.
Immaginiamo cosa sarebbe successo se le truppe russe – scese in campo solo dopo l’attacco georgiano, è bene ricordarlo – avessero bombardato Tblisi – chiese, scuole ed ospedali compresi – facendo 500 morti e 3000 feriti. Immaginiamo cosa sarebbe capitato all’ONU. In Palestina, invece, è solo “difesa”.
Il progetto immaginato dagli israeliani per i “territori occupati” considera gli stessi come un facile serbatoio di manodopera a basso costo: più sono poveri, meno potremo pagarli. Così – anche se ultimamente sono state aperte le porte ad una modesta immigrazione orientale – i palestinesi sono stati e sono la forza lavoro per le mansioni di basso livello in Israele. La questione etnica, sempre rimarcata dalla destra israeliana integralista, non vede di buon occhio la presenza stabile in Israele d’altre comunità religiose: hanno dovuto accettare la presenza dei pochi “arabi israeliani”, ma l’hanno accettato obtorto collo. Figuriamoci se arrivassero schiere d’induisti, buddisti, taoisti, ecc.
Di conseguenza, la soluzione più vantaggiosa per Israele è mantenere una sorta di grande prigione a cielo aperto – della quale controllano tutti i rubinetti – nella quale le condizioni di vita sono inenarrabili e, ad ogni nuova incursione israeliana, più giovani passano nelle file di Hamas. Chi dà più retta alla corrotta ed imbelle dirigenza di Fatah? Ovvio che, presa coscienza del proprio status di prigionieri, si ribellano lanciando razzi: così non sarebbe se non si sentissero ostaggi degli israeliani. E, ad ogni nuovo attacco, Hamas si compatta all’interno e s’espande fra la popolazione. L’attacco israeliano, dunque, sortirà proprio l’effetto contrario rispetto a quanto viene comunicato dalle schiere di giornalisti “embedded”.
Viene da chiedersi, però, la ragione che spinge gli israeliani su questa strada, poiché – a fronte di qualche vantaggio economico nello sfruttamento dei palestinesi – ci sono spese militari che “corrono” da decenni, ed una situazione finanziaria che non è proprio rosea. Alcuni anni fa, le banche israeliane rifiutarono i mutui ai Comuni, poiché ritenuti inaffidabili: parola di banchieri ebrei.
La strana “convenienza” economica di mantenere per decenni uno stato di guerra permanente con tutti (o quasi) i suoi vicini è però accettata dalla maggioranza della popolazione, e questo è un dato che non possiamo passare sotto silenzio.
La percezione israeliana del mondo arabo nasce – è impossibile negarlo – dalla pretesa superiorità che nasce dalla Bibbia ebraica, ossia dal Pentateuco: tanti sono i richiami al “popolo eletto”, ed altrettanti ci credono fermamente.
Paradossalmente, pur essendo gli israeliani per la gran parte discendenti di famiglie europee, sembrano completamente stagni nei confronti dell’Illuminismo, fenomeno che riuscì a portare a termine – grazie all’importanza suprema assegnata alla Ragione illuminista – il processo iniziato nel XVI secolo con la Pace di Augusta, quel cuius regio, eius religio che – nelle intenzioni dell’epoca – doveva porre fine alle dispute religiose.
E’ stranissimo che un popolo formatosi in Europa e negli USA – e che tanto ha dato alle Scienze esatte – si mostri così refrattario nei confronti di principi universalmente accettati, quali il rispetto dell’altrui credo e cultura. I musulmani hanno mostrato e mostrano maggior propensione al rispetto, più dei cattolici, e l’Andalusia dei Mori è ancora là a testimoniarlo. Gli israeliani disprezzano gli arabi e la loro cultura – rispetto alla quale tutti abbiamo il diritto d’affermare che non accetteremmo mai per noi – ma che non possiamo più permetterci, dopo essere stati colonizzatori, di disprezzare.
I veri pasticci sono venuti dopo, ed hanno avuto come attori non i musulmani – i quali, all’epoca, erano colonizzati – ma le cancellerie europee con le promesse d’indipendenza di Lawrence (in cambio dell’appoggio contro i Turchi), smentite e tradite dal successivo trattato di Sèvres del 1920.
Nonostante le rassicurazioni di Balfour, dopo la Seconda Guerra Mondiale la Palestina si trasformò in una terra di nessuno, dove la ragione del più forte – perché più organizzato – contava su personaggi come Menachem Begin, il quale aveva la pessima abitudine di “dimenticare” bombe a mano nelle case degli arabi.
La sua “carriera” è una striscia di sangue, ed oggi parlano di “terrorismo”. Da Wikipedia:
Il 25 aprile 1946 guida personalmente un commando che attacca un garage inglese uccidendone tutto il personale addetto.
Il 22 luglio 1946 è alla testa del gruppo di terroristi che fa esplodere l'Hotel King David di Gerusalemme, provocando la morte di 97 persone, in gran parte ammalati, feriti, medici e infermiere (l'hotel era adibito a ospedale militare).
Il 1 marzo 1947 uccide due ufficiali britannici in un circolo militare inglese.
Il 18 aprile uccide un passante con una bomba, in un'azione intimidatoria terrorista. Due giorni dopo lancia un'altra bomba contro un ospedale della Croce Rossa Internazionale di Gerusalemme.
Il 12 luglio 1947, con alcuni compagni, rapisce due sottufficiali britannici appena ventenni, Mervyn Paice e Clifford Martin: li tortura a lungo e li impicca poi con fil di ferro. Ai due cadaveri lega una bomba che ferisce i soccorritori sopraggiunti. (tecnica usata anche dai finlandesi con i prigionieri russi N. d. A.).
Tre mesi dopo dirige una rapina ad una succursale della Barclay's Bank e, nel fuggire col bottino, uccide quattro agenti di servizio.
Nel febbraio 1948 dirige un gruppo di terroristi in un attacco contro un ospedale britannico di Gerusalemme: risultato, tre militari feriti vengono assassinati nei loro letti.
Il 10 aprile 1948, il più odioso e più noto dei crimini delle lotte in Palestina: Begin mette a punto e dirige personalmente l'azione di rappresaglia contro il villaggio arabo di Deir Yassin, con l'uccisione a sangue freddo di tutti i suoi abitanti, compresi i vecchi, gli infermi e i bambini in fasce (il numero delle vittime varia, dal un minimo di oltre un centinaio di persone a un massimo di 254).
Costui è stato il fondatore del Likud, il partito di Sharon e Netanyahu. I primi ad usare l’arma del terrorismo furono proprio gli israeliani, che poi pensarono bene di promuovere Primo Ministro un simile pendaglio da forca.
Tutto sembra nascere da quel vasto fenomeno criminale europeo – perché non vi parteciparono solo tedeschi, bensì polacchi, ucraini, francesi, italiani, croati… – che fu la pietra angolare che segnò Israele: la Shoà. C’era da aspettarselo: a quel tempo, era normale che così fosse.
La perfidia assai strana è che coloro i quali, per anni, condussero le tradotte al macello non pagarono lo scotto: perché, ad esempio, la Germania non fu obbligata a cedere una parte del suo territorio per lo stato ebraico?
No: in pieno stile coloniale, l’assassinio di milioni d’ebrei (e non solo, è bene ricordarlo) fu pagato dai palestinesi, che c’entravano come i cavoli a merenda. E non stiamo a raccontare storie di Gran Muftì “nazisti” poiché, per contrappasso, potremmo ricordare chi – finanziariamente, per due guerre mondiali – sorresse lo sforzo bellico britannico.
Terminata la guerra, sarebbe stato meglio onorare chi morì nei lager e rendere così giustizia a tutti i perseguitati del tempo: cercando “un altro Egitto”, direbbe de Gregori.
Il movimento dei kibbutzim ci provò, e suscitò scandalo – in quegli anni – l’educazione collettiva dei giovani, la minor importanza della famiglia, ma questa è un’altra storia, che sarebbe bello raccontare se i kibbutz, oggi, non fossero diventati degli avamposti di Tzahal.
Ciò che avvenne in Israele, soprattutto dopo la guerra di Yom Kippur, fu la montante importanza di una nuova destra, che nulla aveva a che fare con la tradizione conservatrice.
La Shoà, da evento storico – patito sulla propria pelle, ma pur sempre evento storico – fu trasformato in fatto quasi religioso: nacque la retorica della Shoà, che ebbe in Yad Yashem il suo tempio, il nuovo tempio di Salomone.
Intere generazioni d’israeliani sono state cresciute in questa retorica, e l’avvento dei media planetari ha espanso ai quattro venti l’assioma che – un popolo così provato – avesse diritto ad un eterno risarcimento, a scapito di chiunque.
Il tentativo di Rabin – condurre Israele su una strada europea, perché anche in Europa avremmo rivalse e “crediti” a bizzeffe da esigere, la storia europea è un solo, terribile groviglio di massacri e ritorsioni – fallì perché andò a cozzare contro un muro, quello creato da anni di retorica: l’ebreo è sicuro solo in Israele, fuori dai suoi confini sono sempre all’erta le forze del male, pronte a distruggerlo. Salvo, poi, constatare che gli ebrei americani ed italiani se la passano molto meglio di quelli israeliani; a microfono spento, vi diranno: “fossi matto ad andare laggiù, col rischio di saltare per aria o di precipitare in una guerra l’anno”.

Le questioni geopolitiche contano, non lo nascondiamo, ma questi sono i sentimenti che la popolazione israeliana avverte: semplicemente, perché da anni viene bombardata su opposti fronti. Da una lato, quello biblico – con tutte le citazioni di fosche profezie, sul popolo eletto, ecc – e dall’altro per il ricordo della Shoà, la quale esige d’essere sempre all’erta, pronti a rispondere a qualsiasi attacco, costi quel che costi.
In definitiva, Israele non ha mai superato il trauma della Shoà, anche se quelli che si salvarono sono oramai quasi tutti andati per età: sono le generazioni successive che l’hanno trasformata nel cespite per qualsiasi avventura militare.
Lo Stato Maggiore di Tel Aviv sa benissimo che non potrà occupare Gaza (e dopo? quanti attentati?), e nemmeno sperare d’appiattire ai suoi voleri la popolazione palestinese, dopo tanti massacri e un così diffuso dolore. Una seconda Shoà.
“Finché c’è guerra c’è speranza” – titolo di un film di Sordi – sembra calcare alla perfezione per una dirigenza politica che ha saputo creare da una tragedia un mostro, la ripetizione eterna del ricordo. Guai a noi, se dovessimo serbare memoria e rancore per le guerre di religione o per le bombe incendiarie degli anglo-americani. Non ne usciremmo più: la Jugoslavia ne sa qualcosa.
La guerra in Jugoslavia fu generata da complessi avvenimenti che riguardarono soprattutto la divisione del debito estero fra le repubbliche federate, ma la gran parte delle genti – gli jugoslavi stessi – poco trassero, per odiarsi, dalle decisioni del Fondo Monetario Internazionale.
Ciò che alimentò la fornace fu il ricordo, l’imprinting lasciato/lanciato nelle generazioni, come ha magistralmente spiegato – più con il sogno felliniano che con le parole – Kusturica in Underground. Fantasmi del passato ripresero forma sorgendo da abissi che si pensavano dimenticati: le due divisioni delle Waffen SS islamiche, Handsar e Kama, tornarono a vivere intorno a Sarajevo, come la Skandenberg albanese, divenuta UCK. E poi cetnici nazionalisti della destra di Belgrado, partizan che combattevano per l’eterna causa serba, ustascia che sparavano nel nome della purezza etnico/religiosa croata.
Un coacervo di miasmi senza più reale valenza – nel senso del tempo che le espresse, la Seconda Guerra Mondiale, con le sue ideologie, i suoi nazionalismi ed i calcoli politico/strategici degli stati maggiori – nutrì per anni le gelide notti sui monti della Bosnia, sorresse fino all’ultimo respiro le battaglie in strada, fornì abbondanti giustificazioni per i massacri d’innocenti.
C’è una soluzione, al perverso e raccapricciante alimentare il ricordo per meri scopi di bottega?
Impossibile, se non mutano le premesse.
L’alternativa?
Israele fu per molti anni alleato del Sudafrica dell’apartheid, e la “teoria” dei “territori occupati” sa tanto di “Bantustan”: se non basta, rimangono a testimoniarlo le molte collaborazioni in campo militare, anche quando l’embargo internazionale contro Pretoria non le avrebbe consentite (i missili Gabriel, ad esempio, che armarono le motovedette d’entrambi i Paesi).
Il Sudafrica ha saputo uscire dal suo cul de sac con gran coraggio e lungimiranza: oggi non è certo tranquillo come un cantone svizzero, ma non fa parlare di sé – per massacri – almeno una volta l’anno.
Quella sudafricana è stata un’esperienza creata dal dialogo e dalla reciproca fiducia: riconoscimento che avvenne sia dalla parte dei neri sia da quella boera. Non dimentichiamolo. Eppure, fu un azzardo che pagò, eccome.
Sull’altro piatto della bilancia, i bianchi sudafricani compresero che la dinamica demografica non li favoriva: non fu soltanto spirito filantropico, ma anche pragmatismo. Che, in ogni modo, funzionò, e potrebbe funzionare anche in Palestina – perché le dinamiche demografiche sono le stesse – se venisse meno l’assurdo principio di uno Stato basato su un’identità etnica e religiosa (peraltro, molto difficile da identificare).
Ci chiediamo se, tramontata ogni ipotesi d’avere due stati che vivono in pace separati, non sia da prendere in considerazione l’ipotesi più semplice, che qualsiasi Stato veramente democratico e moderno dovrebbe sostenere.
Quella di un solo Stato, con pari diritti per tutti e democrazia parlamentare: il sistema meno imperfetto che conosciamo, con tutti i suoi difetti. Una modesta ma concreta base di partenza.
Che ci sarebbe di strano? Non dovrebbe essere la comune prassi di uno Stato che si professa democratico? Non sarebbe una buona occasione anche per i palestinesi, accusati d’essere “refrattari” alla democrazia? Cosa spiazzerebbe di più le leadership integraliste (d’entrambe le parti), bombe e razzi o una proposta che sa di sfida per la democrazia?
L’ipotesi è meno assurda di quel che si pensi, se si riflette sulla alternative.
Israele non potrà mai vincere contro i suoi vicini: sono troppi, e la demografia li avvantaggia. Oramai, i flussi migratori verso Israele sono cessati da tempo.
Può solo perdere o “pareggiare” – mi si passi il paragone calcistico – ma questo “pareggio” è la tragedia alla quale assistiamo, che oggi avvelena di dolore e di rabbia i palestinesi e domani, ad operazione conclusa, ci dirà quante famiglie israeliane piangeranno un loro figlio.
Il sogno della “Grande Israele” è tramontato con il ritiro dal Libano e la mezza sconfitta del 2006: perché continuare in questa assurda tragedia?
Nessun morto nella Shoà ne trarrà vantaggio, e nessun israeliano potrà mai sperare di giungere ad un così completo dominio da scapolare le sue paure ancestrali. Nessun popolo eletto, nessun popolo massacrato.
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Carlo Bertani

(tratto da www.carlobertani.it http://carlobertani.blogspot.com/ )
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[1] Il testo completo delle risoluzioni è reperibile in “Libano 2006: il peggiore dei deja vu”, dello stesso autore, facilmente reperibile sul Web.

Pensieri e parole (1)
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"Davanti al guru fatti canguro"

Redenzione senza conversione: un mito tecnicizzato
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di Valter Binaghi
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La situazione storica in cui ci troviamo oggi in occidente presenta agli occhi dei più i caratteri dell’aberrazione diffusa, cioè di un ordine socio-economico insoddisfacente ma di cui nessuno sembra tirare le fila, di una cultura piena di miti degradanti a cui i soggetti sembrano incapaci di resistere, di una solitudine dell’individuo nella folla che le isteriche esibizioni dei singoli non fanno che accentuare. In questo contesto, il bisogno vero e profondo che l’uomo manifesta è quello della redenzione, ed è qui che cominceranno il loro lavoro il pedagogo, cioè chi vuole aiutare l’uomo a ritrovare sè stesso, ma purtroppo anche il demagogo, cioè chi vuole manipolarlo ed asservirlo.
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La redenzione e le sue figure storiche
Lonergan definisce la redenzione come “una rottura con il passato, con la manomorta delle sue istituzioni, le mentalità che ha prodotto, i risenti­menti e gli odi di cui esso è la spiegazione”(1)
Mircea Eliade(2) ha mostrato efficacemente come le orge connesse ai rituali preistorici della fertilità, ai culti dionisiaci o ai Saturnalia romani, equivalessero ad una sorta di fuga dal tempo storico, ma anche ad una periodica rigenerazione del cosmo sociale, che ha bisogno ogni tanto di un rimescolamento di carte, il cui carattere rituale garantisce però la continuità con l’ordine tradizionale. E’ facile dimostrare come un atteggiamento del genere sopravviva in età storica in feste come il Carnevale.
Nell’Antico Testamento la redenzione è indisgiungibile dall’immagine della “Nuova Terra”, sia nel caso di Abramo, il padre della fede nel vero Dio, sia nell’Esodo di Israele dall’Egitto che rappresenta precisamente l’uscita dalla schiavitù del peccato. Sappiamo che le scoperte geografiche ebbero finanziatori interessati, ma anche che Cristoforo Colombo era convinto di trovare l’Eden al di là dell’Oceano. Del pari, i Padri Pellegrini sbarcarono sulla costa atlantica dei futuri Stati Uniti d’America fuggendo da una società divenuta ostile e impraticabile, e portando con sè il sogno biblico della Terra Promessa (e sappiamo quanto il fondamento religioso di questa epopea civile abbia segnato profondamente la storia degli USA). La letteratura politica del Rinascimento era già stata del resto potentemente condizionata da questa immagine della “Nuova Terra”, se pensiamo ad opere come Utopia di Thomas More, La città del sole di Tommaso Campanella o La nuova Atlantide di Francesco Bacone. Infine, l’escatologia ebraica è un elemento importante a fondamento del marxismo rivoluzionario, e in generale è difficile separare i movimenti rivoluzionari dal messianismo, come sapeva bene Ernst Bloch.
Il Cristianesimo ha visto in Gesù il Redentore dell’umanità, in un modo ancora diverso: “Que­sta redenzione non fu quello che si aspettava: una trasformazione escatologica di questo mondo, una distruzione totale degli ingiusti ed un millennio di pace e di prosperità per i giusti. La redenzione in Cristo Gesù non cambia il fatto fondamentale del peccato che continua a portare alla sofferenza e alla morte. Però, la sofferenza e la morte che derivano dal peccato ricevono in Cristo Gesù un nuo­vo significato. Essi non sono più il triste, doloroso termine del differenziale del peccato, ma anche il mezzo per la trasfigurazione e la resurrezione”(3). Egli è colui che, avendo vinto il mondo ed essendo risorto dai morti, conduce l’uomo alla pienezza della vita spirituale, non rinnovando il suo tempo o la sua patria ma il suo stesso essere. Questo ha un valore non solo personale, ma è anche un rimedio al peccato come reazione a catena, perpetuazione del disordine sociale: “L’accettazione della sofferenza pone fine, almeno in un punto, alla reazione a catena del peccato che invade completamente una società. Quando tutti cercano di fuggire la sofferenza, quando nessuno l’accetta, il suo peso passa sempre ad un altro”(4).
Dopo Cristo è impossibile pensare seriamente alla redenzione se non nei termini di una conversione personale: ne fa fede la parabola dell’esistenzialismo contemporaneo che, per quanto ateo in molti dei suoi rappresentanti (Heidegger, Sartre) enuclea la differenza tra l’autenticità e l’inautentico separandoli da uno scarto che ha le stesse caratteristiche della conversione spirituale: un mutamento che riguarda non le condizioni ambientali dell’uomo, ma la qualità della sua libertà.
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La redenzione senza conversione: miti tecnicizzati
E’ evidente che le varie forme di pseudo-dionisismo (dalla discoteca al rave), con il contorno più o meno consequenziale di sostanze psicotrope, restituiscono all’adolescente di oggi il mito tecnicizzato dell’orgia primitiva, con effetti liberatori che durano quanto una sbronza e immensi profitti dell’industria dei divertimenti.
Del pari, l’immagine della “Terra Nuova” vive nelle foto patinate dei mari del sud ma anche dei club Mediterranée, e l’epica del soggiorno esotico ritemprante rappresenta uno dei capitoli di spesa ed investimento emotivo più importanti per l’uomo della civiltà dei consumi, ma questo non potrebbe accadere se il tutto non fosse condito dalla speranza di una catarsi che ovviamente le agenzie turistiche sono ben lungi dal poter garantire.
Infine, al posto del rinnovamento interiore (faticosissimo: si tratta niente meno che abbinare una conversione intellettuale, morale e religiosa), c’è l’offerta di corpi nuovi, scolpiti dal body building o dalla cosmetica rassodante in attesa di più drastici interventi chirurgici, che ormai avvengono ben al di sotto della mezza età. Tempo fa mi sono informato per ragioni “letterarie” e ho saputo da un noto chirurgo estetico milanese che uno dei regali più ambiti per il diciottesimo compleanno delle ninfette lombarde è una taglia in più di seno, gentilmente pagata dalla stessa madre compiaciuta. Sic.
Un gradino appena più su, il racket della pace interiore. Ovvero la mistica new age del saltello che scarica, della meditazione che concentra, del tocco che apre i chakra, permettendo a manager e tagliatori di teste con stipendi di giada di ritornare all’ufficio dopo il soggiorno monastico ritemprati e più efficienti di prima.
Personalmente, quando nel ’77 lasciai “Re Nudo”, trasformato dal direttore in bollettino parrocchiale degli “arancioni” di Rajneesh, col mio amico Gianni De Martino (che già suggeriva: “davanti al guru fatti canguro”) decisi che non avrei affidato la mia anima a tali animatori. I quali, tra parentesi, a quel tempo facevano proseliti tra i delusi della pedagogia rivoluzionaria e gli orfani di Marx. Ma questa è un’altra storia.
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Valter Binaghi
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1) Bernard Lonergan, Dell’educazione, Città Nuova Editrice, pag. 106.
2) Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Borla.
3) Lonergan, Ivi pag. 108.
4) Ivi pag. 110.

martedì 6 gennaio 2009

Malgrado la situazione a Gaza peggiori di ora in ora, oggi, in quanto "Festa della Befana", "stacchiamo" proponendo una riflessione di carattere diverso, postata da Antonio Saccoccio.
Domani, invece, torneremo su Gaza con un intervento di Carlo Bertani
(C.G.)
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Prospettive netfuturiste (2)

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Clownterapia: la terapia del sorriso tra scienza e arte


di Antonio Saccoccio.


Apprendiamo con piacere che il governo italiano ha stanziato finalmente dei fondi per la diffusione della “clownterapia” (“terapia del sorriso” o anche “comico terapia”) nei nostri ospedali. Ci auguriamo che questa non sia una mossa isolata, ma che finalmente si pensi a dare dignità umana alle corsie ospedaliere. I nostri ospedali sono troppo spesso dei lager. L’atmosfera che si respira in corsia è pesantissima, opprimente e deprimente. Basta avere un minimo di sensibilità per comprendere che un malato ha bisogno di un ambiente sereno e allegro per poter convivere con la sofferenza della propria condizione. E invece nei nostri ospedali si muore prima moralmente, e poi fisicamente. Oggi possiamo lodare il lavoro avanguardistico di Hunter "Patch Adams, di Norman Cousins, di tutta la gelotologia e la psiconeuroimmunologia. Oggi i loro studi sono ormai riconosciuti come fondamentali, con buona pace dei deprimenti ambienti medici tradizionali. Il sorriso, la risata aiutano in modo decisivo il malato: è dimostrato scientificamente e oggi persino i politici italiani ne prendono atto. Ma vogliamo andare oltre la cronaca e la scienza, perché c’è qualcun altro che ebbe un’intuizione simile ed è un personaggio a noi caro: Aldo Palazzeschi. L’ottimismo istintivo e/o volontaristico che caratterizzò il futurismo, e oggi caratterizza il netfuturismo, deve fare inevitabilmente i conti con lo spettro della sofferenza e soprattutto della malattia. Inutile dire che le personalità più complesse del futurismo (Marinetti, Palazzeschi, Papini) avevano un approccio differente anche nei confronti del dolore e della morte. Anche oggi d’altra parte le sensibilità umane dei netfuturisti presentano sfumature diversificate. Ma al di là delle sfumature, la sensibilità futurista è ovviamente attentissima alla questione del dolore ed è per questo che l’ottimismo diventa per noi netfuturisti una categoria centrale (lo si può vedere nel nostro manifesto generale), e non un sentimento ingenuo e infantile. Ma veniamo all’intuizione di Palazzeschi. Il 15 gennaio del 1914 appariva su Lacerba uno dei manifesti futuristi più bizzarri e sconvolgenti: Il controdolore di Aldo Palazzeschi. Un testo piuttosto lungo, che proponeva una visione del mondo che ribaltava i canoni contemporanei. Un testo esplosivo in cui si potevano leggere frasi come la seguente: “L'uomo che attraverserà coraggiosamente il dolore umano godrà dello spettacolo divino del suo Dio”. Ma è nei punti programmatici che il poeta parla precisamente degli ospedali.


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"Trasformare gli ospedali in ritrovi divertenti, mediante five o' clock thea esilarantissimi, café-chantants, clowns. Imporre agli ammalati delle fogge comiche, truccarli come attori, per suscitare fra loro una continua gaiezza. I visitatori non potranno entrare nei palchetti delle corsie se non dopo esser passati per un apposito istituto di laidezza e di schifo, nel quale si orneranno di enormi nasi foruncolosi, di finte bende, ecc. ecc."
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Come si può vedere, l’artista spesso vede quello che lo scienziato ancora non riesce a dimostrare. Oggi che l’arte e la scienza sono ancora più vicine (almeno in ambienti d’avanguardia), il netfuturismo non può che augurarsi un progressivo avvicinamento delle due categorie, troppo spesso ritenute antitetiche. Tutto ciò non potrà che portare ad un decisivo progresso sia nell’uno che nell’altro campo. Anche a partire dalle terapie per affrontare il dolore. La terapia del sorriso è oggi impiegata soprattutto in ambito pediatrico, ma noi siamo pronti a scommettere sulla sua efficacia in senso più generale. Ridere è un'arte, vincere il dolore è un'arte ancora più grande.


“Venite! Venite! Nuovi eroi, nuovi genii della risata, sbucate nelle nostre braccia che vi attendono, fra le nostre bocche che ridono ridono ridono, fuori dalla macchia pungente del dolore umano”.


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Antonio Saccoccio

(tratto da http://liberidallaforma.blogspot.com/2009/01/clownterapia-la-terapia-del-sorriso-tra.html )

lunedì 5 gennaio 2009


Cortei pro Palestina in Italia. Dimostranti bruciano una bandiera americana (http://www.gazzettino.it/fotogallery.php?id=11583 )

. SPECIALE: IL FALO' DELLE BANDIERE

POST DI CLOROALCLERO E CARLO GAMBESCIA


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L’inaccettabile ipocrisia delle bandiere bruciate
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di Barbara (Cloalclero)
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Di fronte al conflitto che vede Israele opposta ad una regione sovrappopolata, disarmata e affamata da due anni di embargo e di vessazioni, piu’ delle censure massmediatiche effetuate dai “pagliara” di turno, quel che mi fa piu’ schifo e che esprime in modo netto e inequivocabile la bassezza politica e morale della classe politica che purtroppo attanaglia con le sue azioni di dirigenza il nostro paese, sono le dichiarazioni a proposito delle fatidiche bandiere bruciate.
Già all’epoca della fiera del libro di Torino, che da manifestazione culturale quale dovrebe essere, è stata trasformata in una penosa kermesse propagandistica della catastrofe che Israele si apprestava a portare (come ha portato) a fine anno , manifestanti che avevano bruciato vessilli di quell’entità criminale che sgancia bombe sulle scuole e sui reparti pediatrici degli ospedali, erano stati denunciati, segnalati, additati al pubblico ludibrio per quei gesti simbolici (e forse, a spese nostre,processati). Da autorità che non sono in grado neppure di garantire un’informazione obiettiva sul servizio informativo pagato da noi tutti.
Oggi, nella
manifestazione tenutasi in piazza duomo contro il genocidio, qualcun altro ha bruciato bandiere israeliane e americane. Giustamente su qualche sito si intitola l’evento “è piu’ grave bruciare le bandiere che centinaia di persone”
E vediamo la schifosa ipocrisia grondante rabbia per non aver potuto soffocare almeno questo, di dissenso, dei nostri rappresentanti. Ipocrisia e leccaculismo di matrice esemplarmente “bipartisan”
Riccardo De Corato (vicesindaco di Milano, che lamenta che la manfestazione ha rovinato un atteso pomeriggio di shopping per i milanesi): “. Due bandiere di Israele, oltraggiate dalle svastiche, sono state infatti bruciate durante il corteo. Cordoni della polizia sono stati sfondati e decine di vigili sono stati impiegati a causa di intasamenti del traffico cittadino. Tutto con il chiaro intento di creare problemi alla citta’, paralizzando il traffico e rovinando un tranquillo pomeriggio di shopping”. “Metteremo a diposizione di Polizia di Stato e Magistratura le immagine registrate dalle telecamere. Mi auguro pertanto che gli autori di questi gravi fatti vengano cosi’ identificati e denunciati dalla Polizia”
Il presidente del consiglio comunale
Manfredi Palmieri: ““Manifestare bruciando la bandiera israeliana vuol dire essere pro Hamas, per i terroristi, per la distruzione di Israele e per l’annientamento dei suoi cittadini. Milano per questo sente vergogna, anche perche’ avverte Piazza Duomo come violentata: tradizionalmente ribadiamo ogni Capodanno che e’ uno dei luoghi simbolo della Pace, e questa sacralita’ e’ stata violata”.
Sul fronte PD spicca il giudizio del filosionista
Furio Colombo, per il quale si parla di “atti delinquenziali” mica di pizza e fichi: “”Chiunque abbia bruciato quelle bandiere ha compiuto un atto delinquenziale, privo di senso, totalmente inutile per la pace”.
Dalla destra, alla sinistra fino al piu’ vergognoso camaleontismo politico (ma sempre leccando le suole di Israele) questo è il giudizio di
Daniele Capezzone (della strana commistione, almeno per me che ho sempre pensato, sbagliando, che i radicali fossero almeno culturalmente di sinistra) eccolo: “Provo vergogna (…)Chi si rende protagonista di questi atti, dà la misura della propria violenza, dell’intolleranza, dell’adesione culturale al progetto tecnicamente di nuovo nazismo di quanti (penso ad Hamas) vorrebbero distruggere lo Stato di Israele ed eliminare donne e uomini ebrei. Mi auguro che i settori politici coinvolti nella manifestazione vogliano chiedere perdono, e fare pubblica e profonda autocritica per avere preso parte a un evento dove si e’ verificato un simile episodio”
Concludo la carrellata citando un
articolo di Libero che menziona le reazioni di altri due piddini: “Sdegno è stato espresso anche dal vice presidente della Camera, Maurizio Lupi, e da Furio Colombo del Pd, che hanno parlato rispettivamente di “atto da irresponsabili e fanatici ideologici” e di “atto delinquenziale, privo di senso, totalmente inutile per la pace”. D’accordo anche il deputato del Pd Emanuele Fiano: “Chiedere la fine delle ostilità bruciando la bandiera di Israele, vuol dire soltanto volere la distruzione totale del nemico.”E mi chiedo se ’sta gentaglia brutta lecchi le suole senza un minimo di onestà con se stessi o se non ne sappiano effettivamente nulla, come i parlamentari intervistati dalle iene, che non sapevano neanche chi è Nelson Mandela o chi erano Sacco e Vanzetti.
A questo proposito segnalo che il video delle iene piu’ scandaloso (quello dove i senatori non rispondevano neanche sul
participio passato del verbo avere) è stato rimosso.
Siamo al livello che a ’sta gente gli dicono di votare favorevolmente al rifinanziamento della missione in Afghanistan e questi pensano di stare decidendo su un piccolo paese dell’Oceania. Per cui penso che, se tra di loro c’è la moda che “fa bel vedere” fare dichiarazioni scandalizzate per gli stracci bruciati, non si preoccupano certo del fatto che quelli la cui bandiera essi tanto difendono portano ogni giorno ai genitori (quelli che rimangono vivi) decine di cadaveri come
questi.
Io penso che di fronte a questa foto, sapendo che queste cose, ora, mentre leggiamo, stanno ancora succedendo, rende tutti i significati razionali o pseudo-tali poco credibili. Che trecento anni di illuminismo, cento di sfrugugliamenti sui “diritti umani” piroettate nell’inconscio collettivo come un’acquisizione scontata da voci culturali piu o meno accreditate che han parlato di “progresso” , debbano solo stare in silenzio.
E dovrebbero starci guardando i vessilli di questa entità teleologicamente guerrafondaia bruciare finchè si riesce a tenerla in mano. E agli ebrei fintamente “progressisti” come Moni Ovadia che esprime: “Bruciare la bandiera di un popolo e’ come bruciare la nazione. La Bandiera e’ un simbolo” posso solo rispondere con uno slogan “10,100,1000 bandiere bruciate ” Perchè quella nazione “simbolicamente bruciata” sta bruciando realmente i corpi di questi bambini, che erano vivi e che, certo, non buttavano ai giovanottoni pirla dell’IDF niente se non qualche pietra.
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Cloalclero

(tratto da http://www.cloroalclero.com/?p=470 )